da CavalloGoloso » dom 29 mag, 2016 05:27
Maria e il vantaggio dell'infermiera Albarosa
La rivedemmo nel pomeriggio di quello stesso giorno.
Trovammo al suo capezzale Giovanna, la vicina di casa, Nelson con la moglie e il neonato al seguito. Tutti sorridevano, e Maria si era, evidentemente, sollevata da quel malore notturno.
Non fummo notati da nessuno se non dopo qualche minuto dal nostro ingresso nella stanza. Fu Maria a vedermi per prima; mi guardò a lungo, dritta negli occhi, mentre il suo sorriso si spegneva per lasciare spazio a uno sguardo dolce e mesto.
Ebbi l'impressine che lei avesse rammentato quanto io vidi quella notte, e se ne vergognasse.
Percepii con chiarezza quella condizione e sentii, perciò, impellente il bisogno di abbracciarla.
Quei presagi di morte che mi avevano avvolto per tutta la nottata ormai sembravano lontani e mi sentii sollevato ne vedere Maria vigile e, addirittura, spensierata.
Non era, però, destinato a durare a lungo questo mio stato d'animo: in verità il miglioramento di Maria era solo apparente, aveva reagito bene alle prime somministrazioni farmacologiche e la sedazione cui era stata sottoposta l'aveva rasserenata, ma questo non aveva mutato lo stato delle cose che, di fatto, ancora nessuno conosceva. La più grande delle sorelle mute sarebbe rimasta ancora un giorno in ospedale, giusto il tempo di pianificare una terapia che, lo avremmo compreso solo dopo, non sarebbe servita a salvarle la vita, ma solo a garantirle un certo benessere per tutto il tempo in cui quel sottile filamento nervoso, rimasto il solo a generare il battito del suo cuore, finisse di lacerarsi.
La osservai a lungo quel pomeriggio e lei non tardava a ricambiarmi lo sguardo. Sempre seria in volto, i suoi occhi sostavano nei miei per pochissimi istanti; mi guardava e si ritraeva quasi volesse invitarmi a parlarle, quasi a volere indurre in me pensieri suoi.
Andammo via per ultimi dall'ospedale. Un'infermiera carina dai grandi occhi marroni è una mandibola pronunciata che sovrastava un seducente collo sottile, ci invitò garbatamente a uscire e, con altrettanto garbo e quella stessa voce appena acuta ma, comunque, calda e avvolgente, ci disse di passare dalla stanza del primario che aveva chiesto di noi.
Nella tarda mattinata del giorno successivo Maria fu dimessa.
Nelson era giunto in ospedale con la sua vecchia Station Wagon che aveva parcheggiato davanti all'ingresso del padiglione di cardiologia dove attese il mio sopraggiungere con Maria sottobraccio e quel poco bagaglio che, da quel bravo cialtrone quale era e, in futuro, si sarebbe meglio dimostrato, sebbene mi avesse notato attraverso la porta d'ingresso al reparto che era rimasta semiaperta, non fece alcun cenno per togliermela dalla mano e consentirmi così di sorregger meglio Maria. Ci guardammo, mentre egli prendeva in consegna Maria, dichiarandoci una, evidentemente reciproca, antipatia.
La bella infermiera del pomeriggio precedente, mi attendeva nella stanza della caposala che era posta quasi in prossimità dell'uscita, per darmi le ultime consegne e i farmaci che la sorella muta avrebbe dovuto assumere già da quel pomeriggio.
Appena appoggiata col gomito sinistro a una scaffalatura, la scorsi mentre, soprappensiero, con quella stessa mano si tormentava una ciocca del suo seducente carré di capelli castani che si fermava subito sopra la sua importante mandibola di cui faceva risaltare la sensuale armonia ; la tipica tuta blu con le maniche appena sopra il gomito che indossano i sanitari, mollemente adesa alle sue forme minute, lasciava, poi, immaginare un corpo non meno seducente di quel volto e di quegli occhi cerchiati d'un segno di matita nera, solo in apparenza, rozzamente tracciato, e che, invece, stava li bell'apposta per contrastare con un acceso bagliore che si sprigionava dall'angolo esterno di quello dei suoi occhi che veniva lambito, come in tale circostanza, dalla luce di quel tardo mattino d'inverno.
Si rivolse a me seria, ripetendomi la faccenda del "tripode nervoso" che il primario mi aveva già efficacemente spiegato la sera prima, ma decisi di lasciarla dire perché quella voce e e quello sguardo mi giungevano come una calda carezza di cui sentivo di avere un grande bisogno.
Immagino che l'infermiera debba essersi avveduta del mio stato d'animo perché il suo tono divenne, a un certo punto, più confidenziale e consolatorio. Era un triste verdetto quello che mi giungeva dalla bocca di Albarosa, così appresi si chiamasse dal cartellino che teneva, leziosamente, sul lembo della tasca bassa della sua tuta blu.
Un verdetto che mi era noto dalla sera prima e che aveva disturbato il mio sonno di quella notte.
Un verdetto che, scandito da quella donna, mi parve perfino accettabile quando ella mi disse che, conducendo Maria in ospedale per tempo, le avevamo regalato, comunque, un bel vantaggio sulla "Nera Moira" che, vigliacca come sempre, aveva preso a rincorrere la più vecchia delle sorelle mute già da molto tempo e all'insaputa di tutti.
Disse questo esprimendo anche parole di compiacimento per il fatto che le appariva del tutto inusuale che un "avvocato" si prendesse tanta è tale cura per una propria cliente.
Mi compiacqui a mia volta, anche se non riuscii mai a comprendere quanto quei complimenti fossero espressione di una sua, forse anche erronea, o peggio, ipocrita percezione della mia persona, o, piuttosto, volti a fornirmi quella buona scorta di quel particolare tipo di "amor proprio" di cui Albarosa certamente sapeva debbono essere dotati coloro che, per vocazione o mestiere, son chiamati a prendersi cura degli altri.
Probabilmente, pensava avrei dovuto averne bisogno per affrontare i difficili giorni che, ne era certa, sarebbero seguiti.
Mi salutò con un ultimo bellissimo sguardo e col tocco deciso della sua mano sul braccio che reggeva ancora la valigia di Maria.
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CavalloGoloso il dom 29 mag, 2016 06:56, modificato 7 volte in totale.
S'hana satari centu piatti vacanti pi nni pigghiari unu chinu!
-Tony-