da CavalloGoloso » dom 01 mag, 2016 19:39
“La Nera Moira”
Il legame che avevo con mia madre non era quello che si soleva definire un "cordone ombelicale", era, piuttosto, una "bava di lumaca" un filo sottile ma durevole, in alcuni tratti invisibile me sempre percepibile a chi guarda.
Indelebile alle ingiurie del tempo e all'insolenza degli uomini.
Guardando le sorelle mute percepivo, tra loro, il medesimo legame e, in ciascuna di loro, una forza simile a quella che coglievo in mia madre, e, in certa misura, ne comprendevo la natura! Una natura di cui non voglio parlare perché valicherei il confine che mi sono tracciato intorno.
Fatto é che Maria aveva un anima complessa e pensieri altrettanto complessi. Quasi quanto quelli di mia madre e questo m'induceva a vedere in lei la mitigazione della donna che m'aveva generato che, sebbene non muta, era forse, per me più incomprensibile.
Quella notte, però, il groviglio dei pensieri di Maria, dovette diventare fitto al punto da non fare passare l'aria che le avrebbe consentito di respirare.
Quello era il giorno in cui, io e mia moglie, festeggiavamo il nostro anniversario. Lei era gravida di una figlia che, da lì a qualche settimana avremmo perso, e quelle ore trascorse a fare il giro degli ospedali della città l'aveva stancata.
Maria ci aveva congedato con un sorriso appena accennato è uno sguardo che preferii non interpretare e noi eravamo tornati a casa che tanto era troppo tardi per lavorare.
Avevamo pensato di trascorrere la serata al ristorante per festeggiare; quel vorticoso primo pomeriggio, tutto sommato non ci aveva sopraffatto.
Poco prima che si facesse l'ora di andare, però, ricevemmo una telefonata.
Era già tardi, un'ora inconsueta per ricevere telefonate di lavoro e questo mi induceva a lasciare che il telefono squillasse. Ricominciò dopo una breve pausa, e tale insistenza mi fece desistere dall'intento di non rispondere.
Era l’ospedale. il medico di guardia del reparto in cui era ricoverata Maria voleva parlare con me.
Ascoltai attentamente ciò che mi disse, ma non compresi quasi nulla se non che era importante la nostra presenza al capezzale di Maria. Non rammento perché avessi la gola arsa e perché il mio cuore corresse fuori dal mio petto. Non rammento nulla di quello che pensai e che precedette il nostro ingrasso dalla sbarra di accesso dell'ospedale Garibaldi, quell’ingresso che c'è dal lato di piazza Santa Maria del Gesù.
Fu come se ci stessero aspettando.
La guardia giurata che c'era all'ingresso alzò la transenna e ci indicò uno spazio in cui avremmo potuto parcheggiare l'auto. Noi non dicemmo per quale motivo eravamo lì ed egli, che aveva un capo troppo piccolo rispetto al resto del corpo, non ci chiese nulla. Aveva gli occhi che parevano due fessure che ci scrutavano, ma senza lasciar trasparire nulla che non fosse la consapevolezza che ci stavamo per incontrare con la "Nera Moira".
Doveva essere avvezzo a questo genere di situazioni. Tutte le persone degli ospedali sono adusate alla "Nera Moira". La percepimmo anche noi in quella folata di vento che ci investì in quel tratto di strada che passa sotto il ponte che unisce il padiglione in cui é posto il pronto soccorso e quel plesso che si congiunge col reparto di medicina. Udimmo il latrare d'un cane randagio che mi parve di scorgere nella viuzza che s'incammina tra i reparti e gli edifici dell'amministrazione. Non erano ancora le 22,00 ma la notte era già fitta e il freddo di gennaio sembrava essere lo scudiero della "Nera Moira" che ci veniva incontro quasi ad avvertirci della presenza di lei.
Salimmo il dosso in cui era ubicato il padiglione di cardiologia ed entrammo. Il dottore ci venne incontro. Fu visibilmente dispiaciuto quando comprese che noi non eravamo parenti di Maria, ma solo i suoi avvocati, che ne curavamo parte degli interessi e che lei e la sorella avevano una badante mauriziana che viveva in casa con loro assieme al marito e a un bambino di poche settimane.
Ci disse il dottore che aveva trovato il nostro numero in cartella e che non poteva immaginare.
Clissammo sul disagio per comprendere piuttosto quale fosse il problema, la ragione per cui eravamo stati chiamati. Il dottore ci rispose che Maria era in preda ad una crisi dissociativa detta “sindrome da ricovero”. Ci disse che si verifica spesso nei pazienti anziani e che non esisteva un metodo valido di sedazione dei sintomi se non il riconoscimento, da parte del paziente, di una figura cara, un familiare, qualcuno insomma che potesse essere facilmente riconosciuto dal paziente ancorché questi fosse in uno stato psichico alterato.
Spiegammo al medico che, per quanto conoscessimo le sorelle mute da qualche hanno, non eravamo “di casa” e che, al pari del fornaio o del salumiere, la nostra identità in quel preciso momento non avrebbe, certamente, colmato il vuoto che si era creato nell’anima di Maria.
Il dottore insistette, non c’erano valide alternative: Giovanna non avrebbe retto lo sconforto di vedere la sorella nello stato in cui si trovava, Nelson e la moglie erano certamente meno familiari a Maria di quanto lo fossimo io e mia moglie.
Fu così che indossammo il camice i calzari e la cuffia e facemmo ingresso nella stanza in cui si trovava la sorella muta. La luce era fioca e azzurrognola e quasi come uno spot illuminava il letto in cui era riversa Maria che veniva trattenuta per le braccia da due infermiere. Aveva cercato di lacerarsi il volto e tirarsi i capelli quando in preda allo sconforto s’era svegliata dal sonno in cui era caduta una volta allettata.
Sembrava essersi calmata, ci dissero le infermiere, ma forse si era solo stancata, le energie erano scemate e le due donne in tuta blu non facevano nessuno sforzo a trattenerla.
Così la lasciarono e alzarono le sponde del letto e fecero per allontanarsi. Il medico ci spiegò rapidamente che avremmo potuto suonare dall'interruttore che pendeva dalla sbarra delle flebo per chiamare aiuto, semmai ce ne fosse stato bisogno.
Restammo soli e sbigottiti. La situazione pareva paradossale ma Maria appariva molto provata perché potessimo darci pena del fatto che non dove a trovarci in quel posto quella sera.
Aveva gli occhi spalancati e con la bocca faceva sei movimenti "parlanti" mentre con le braccia sollevate pareva volesse prender qualcosa che le pendeva sul volto.
Ricordammo che era un fare molto simile a quello di nostro figlio quando alle prime settimane di vita si cimentava a raggiungere le api di cartone che gli pendevano dentro la culla. Ma nostro figlio sorrideva con gli occhi e con la bocca mentre le gambe stavano ben piantate coi talloni con cui faceva forza, Maria, invece guardava un posto fisso che non sembrava quello in cui si dirigevano le sue mani e la sua bocca non sorrideva al pari degli occhi che conservavano segni d'una paura lampeggiante.
I piedi, mollemente adagiati sulle lenzuola, non sembravano assecondare i movimenti delle cosce che finivano con lo scoprirsi mostrando una carne bianca e molle. Mia moglie gliele copriva con fare affettuoso.
Durò così per più di un'ora quando, a un tratto, Maria mi rivolse lo sguardo. Non fu un movimento rapido degli occhi, tutt'altro, sembrava avermi riconosciuto ma non era così. Lei era ancora dissociata e, come avevamo previsto, non riusciva a prendere il controllo di se stessa. Fu a questo punto che si fece severa in volto e, guardandomi arrabbiata, urlò una parola difettosa, come tutte le sue parole, ma che interpretammo chiaramente: L'UOMO.
Da quel momento i suoi movimenti si fecero convulsi, quasi avesse ingaggiato una lotta con la "Nera Moira" della cui presenza paziente nella stanza non avevamo saputo renderci conto. Aveva sferrato il suo attacco, ma Maria lottando come fa la martora col serpente, l'aveva respinta.
Entrò, a quel punto, la donna blu con una siringa e la mascherina. Il Dottore aveva deciso che Maria, a quel punto doveva essere sedata.
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CavalloGoloso il dom 01 mag, 2016 20:22, modificato 3 volte in totale.
S'hana satari centu piatti vacanti pi nni pigghiari unu chinu!
-Tony-