da CavalloGoloso » gio 30 giu, 2016 02:26
Una sera di fine gennaio
Andammo a casa di Giovanna e Maria solo nel pomeriggio del secondo giorno successivo a quello della sua uscita dall'ospedale.
Avevamo del lavoro urgente da fare e nessuno da quella casa ci aveva chiamato. Mi rassicurai per questo e, come il più vile degli insetti, mi celai alla ricorrenza del pensiero che Maria non sarebbe ancora vissuta a lungo.
Ero alle prese coi miei ciclici malesseri e, perciò, fuggivo dalla concretezza per rifugiarmi, come spesso accade alle persone come me, in quel limbo di supposizioni e di "verità" coniate bell'apposta per stare bene. Che tanto non avrei potuto fare altro....
Mi vergognavo di questo cinismo che, a volte, mi pervadeva, ma, in fondo, ero convinto che fosse questa mia specifica identità a consentirmi di non rimanere sordo alle “ragioni” di quel mondo che era solito bussare alla nostra porta. Un mondo che, dal versante mio, era costituito da, ladri, ricettatori, qualche omicida, spacciatori e magnaccia; dal versante di mia moglie, per lo più, un popolo di donne rese infelici dai mariti da cui rivendicavano il diritto di potersi psicologicamente affrancare, a patto di restare intimamente connesse al loro conto corrente. E, in quantità assolutamente speculare, di uomini che , di contro, speravano che la giustizia, per una volta, fosse dalla loro parte nell'immane lotta contro le consorti tanto intimamente connesse al loro contro corrente.
Il cinismo è un abito scomodo che, a volte, è bene indossare per essere un buon avvocato!
E io, ogni tanto, lo indossavo quest’abito; anche con le sorelle mute.
Per questo non pensai affatto, per giorni, alla gravità della patologia di Maria.
Fu come se il dottore e l’infermiera dell’ospedale Garibaldi non m’avessero detto nulla.
Di fatto, lei era li coi suoi begli occhi cerulei che mi sorrideva mentre sorseggiavo il suo caffè alla cannella e pensavo che non avesse affatto l’aria di una destinata a morire da li a poco.
Ci "parlò" a lungo quella sera raccontandoci di quando lei è Giovanna erano ragazze, di quando erano state per tanto tempo, a servizio dal Barone Sciortino e, perciò, percorrevano, dandosi reciprocamente il braccio, la via Forlanini che, dall'ospedale Ferrarotto, nei cui pressi avevano la loro casa, conduce al Viale Mario Rapisardi da dove, poi, proseguivano, sempre a piedi, verso la loro destinazione quotidiana. Non era difficile immaginare il loro incedere svelto e deciso; marciante, con lo sguardo dritto innanzi e il volto severo, affinché nessuno potesse pensarle frivole o disponibili.
Nemmeno l'abbigliamento poteva lasciare spazio alla loro imponente e muta bellezza: fatto d'una gonna scura che copriva le loro ginocchia, calze pesanti color carne, e le scarpe semplici, con una punta appena accennata e un tacco basso e largo; con indosso uno spolverino stretto in vita è un foulard a coprire loro il collo per raccordare finemente questa parte del corpo al resto di loro. In maniera, assolutamente è sapientemente impercettibile, le sorelle mute ottemperavano a un precetto fondamentale della loro esistenza: non offrire allo sguardo altrui, la benché minima nudità.
Per loro non esistevano stagioni che non fossero l'autunno. Non rammento di averle mai viste, in nessuna occasione, con alcuna parte del corpo scoperta che non fossero le mani o il volto, nemmeno le loro braccia vidi mai scoperte, neanche in agosto, quando l'afa catanese é soffocante ma che, stranamente, in quella casa non si avvertiva affatto.
Maria quella sera ci raccontò di quel collegio di suore a Roma dove erano state ospiti per un certo periodo, dopo la morte della madre, perché il padre, non sopportando quel dolore, si era ammalato di depressione ed era stato ricoverato a lungo in un ospedale della capitale, e loro, devote, lo avevano seguito e, perciò avevano trovato in quel posto una benevola accoglienza.
Qui Maria aveva imparato a leggere e scrivere e Giovanna, meno incline all'apprendimento teorico, si era dedicata a piccoli lavori di falegnameria e di sartoria!
La voce di Maria, quella sera, era stridula, a tratti gutturale, ma le parole che generava ci parvero, in quella circostanza, meno difettose; ci parve pure che adesso, uscissero copiose, quasi inarrestabili; quasi avesse capito che non c’era più molto tempo. In breve disegnò davanti ai nostri occhi tutto il suo mondo che prendeva forma in una veste surreale quasi onirica, o almeno così io me lo rappresentavo in quella, mia dannatissima testa che non riusciva ancora a veder chiare tante cose di me stesso e che, via via me ne stavo convincendo, cercava nei racconti di Maria delle risposte che non mi sarei, mai altrimenti, dato.
Mi accadeva sempre così, d'altra parte, con le sorelle mute: iniziavo a rapportarmi con loro con lo "spirito prevalente" di chi riceve una "richiesta d'aiuto", con la supponenza di chi siede in cattedra e si percepisce depositario della "sapienza utile", quella particolare forma di sapienza che viene remunerata più o meno lautamente in ragione della distanza verticale che si riesce a imporre rispetto al "questuante". Subito però accadeva che, al primo sguardo, precipitassi verso di loro con l'animo d'un bambino che chiede alla nonna l'ennesimo racconto, dell'ennesima storia della sua lontana e misteriosa giovinezza.
Quella sera, gli sguardi di Maria e Giovanna si incorniciavano, splendidamente, nei due volti, differenti tra loro ma, in fondo, quasi speculari, perché entrambi erano carichi dei medesimi segni, sebbene tracciati da diversi dolori. Dolori che, in quella tarda sera di gennaio, iniziavamo - condotti dalla loro sottile seduzione in quell'universo fatto di luce gialla e pareti azzurre a fiori- finalmente a comprendere.
Giovanna, un passo indietro, invece, restava silenziosa. Composta, con le braccia strette ai lati del corpo, non mostrava le mani e il capo proteso in avanti, pareva svettare, quasi distorto sulla sinistra. Il volto, bellissimo ma tirato, sembrava un'icona su cui erano poggiati due lapislazzuli, tanto erano blu i suoi occhi in quel momento. Maria tirò fuori un mazzo di lettere, ancora opportunamente imbustate che ci mostrò, chiedendoci di scioglierne il nastro che le teneva legate insieme, e che, comprendemmo, costituivano il carteggio che era seguito tra Maria e Suor Carlotta, la decana del convento romano, dopo che le sorelle mute erano tornate a Catania. Guardammo le buste e ci rendemmo conto che la corrispondenza era ancora in atto poiché l'ultima lettera ricevuta precedeva quel momento di poco più di un mese. Maria tirò fuori l'ultima lettera e volle che la leggessimo, ritengo nel frastornato tentativo di farci percepirle l'importanza di quella suora nella loro vita. Dal testo si comprendeva che Suor Carlotta impartiva loro consigli e chiedeva ragguagli sull'andamento della loro vita solitaria . Capimmo pure che la suora era titolare di un conto corrente su cui erano versati i soldi delle Sorelle e che ella, di volta in volta, provvedeva a inviare loro, nella busta, insieme a un resoconto puntuale e veritiero, il denaro extra si cui potessero aver bisogno rispetto a quanto percepivano mensilmente di pensione e che prelevavano presso l'ufficio postale del Viale Mario Rapisardi.
E, da lì a poco, avrebbero avuto bisogno di un bel po' di quel denaro per fare fronte a un grave imprevisto che ci tolse il sonno per qualche settimana.
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CavalloGoloso il gio 30 giu, 2016 12:05, modificato 1 volta in totale.
S'hana satari centu piatti vacanti pi nni pigghiari unu chinu!
-Tony-